[Articolo di taglio specialistico pubblicato su Rivista di psicologia analitica. Nuova serie. N.28/2009] (Il pensiero di C.G. Jung raccontato attraverso film classici e recenti. Prima parte: il concetto di “Ombra”)

di Andrea Arrighi

Junghianamente il concetto di “Ombra” non dovrebbe essere inteso solo come la parte “negativa” di ogni individuo o collettività 1; meglio sarebbe pensarlo come ciò che viene trascurato dalla sfera della consapevolezza. Jung stesso sembra suggerirci che il concetto di “Ombra” può essere interpretato come un invito a una ricerca costante e teoricamente infinita, perché qualcosa di non osservato adeguatamente c’è e ci sarà sempre, così come è ineliminabile la semplice ombra di un qualsiasi oggetto. Come puntualizza Von Franz

“Potremmo dire che l’Ombra è il lato oscuro, non vissuto e rimosso del complesso dell’Io, la qual cosa è vera, però, solo in parte. Jung, che non poteva sopportare che i suoi discepoli prendessero troppo alla lettera i suoi concetti e vi si aggrappassero per ricavarne un sistema, citandolo senza capire esattamente quello che dicevano, un giorno, mentre si discuteva sull’Ombra, ribaltò tutto quanto, esclamando: <<Queste sono sciocchezze! L’Ombra è semplicemente tutto l’inconscio>>. Dopo di che spiegò che avevamo dimenticato come erano state scoperte queste nozioni, e che era sempre necessario tener conto della condizione del paziente di volta in volta. (…) Perciò nella prima fase di avvicinamento all’inconscio, l’Ombra è semplicemente la denominazione <<mitologica>> di tutto ciò che di psichico è racchiuso in noi e che non possiamo conoscere direttamente. (…) Nel corso dello sviluppo si compie in genere una scelta, cosicché una parte diventa più o meno accentuata. In seguito, l’educazione e l’abitudine danno il loro contributo, rinforzando questo orientamento, poiché quando si sceglie ripetutamente un certo atteggiamento, esso diventa una sorta di seconda natura, e le altre caratteristiche vengono messe a tacere, anche se continuano ad esistere come prima. Di queste caratteristiche represse, che non vengono riconosciute o accettate perché incompatibili con quelle prescelte, è costituita l’Ombra.” 2

Il concetto di Ombra diventa, quindi, un monito relativo a ogni prospettiva da cui si intende guardare qualsiasi cosa, ma anche una risorsa proprio nel suo essere costante stimolo a considerare l’evolversi di una situazione, a tenere presente che qualcosa di “non ancora pienamente conscio” sussiste sempre, sia che ci si confronti con un percorso psicoterapeutico, ma anche con le condizioni di una nazione nei suoi aspetti sociopolitici, come vedremo in questo contributo. La situazione sempre mutevole in cui si viene a trovare il protagonista del film “Hotel Rwanda” di T. George (Canada, Gran Bretagna, Sudafrica, 2004), credo possa servire a rintracciare gli aspetti più importanti del concetto di “Ombra” per intenderlo come limite e risorsa per lo sviluppo individuale e di quella collettività di cui un individuo è parte.

1) L’Ombra ignorata

La radio della propaganda Hutu segnala, a inizio film, quanto sia fragile l’apparenza di normalità della situazione politica e sociale nella capitale del Rwanda: messaggi esplicitamente minacciosi nei confronti dei tutsi e ordini in codice sull’inizio del loro sterminio sono quello che è costantemente proposto dalla radio, ascoltata in ogni luogo pubblico. Il problema, riformulando le parole dello speaker, è proprio il pretendere che la storia di colonia belga del Ruanda possa essere ignorata, volutamente rimossa. I tutsi sono considerati “scarafaggi e assassini” poiché sono stati collaborazionisti dei colonialisti belgi. 3 Probabilmente, il lavoro analitico e psicoterapeutico in generale possono essere vissuti anch’essi, da parte del paziente, come ricerca costante dei presupposti dimenticati della storia intima di sé, ma anche della situazione in cui si è nati e vissuti. La trama del film può essere, in modo analogo. interpretata come un doloroso e necessario riportare alla memoria non solo i “fatti della storia”, ma anche le loro implicazioni emotive individuali e collettive. Questi dati non sono sconosciuti: sono trascurati man mano che il processo di occidentalizzazione e di modernizzazione avanza. In questo senso essi costituiscono aspetti dell’Ombra collettiva di tutti i ruandesi che abbracciano, in maniera eccessivamente acritica, il modello occidentale.

Paul, il protagonista del film, non accetta assolutamente che i bianchi occidentali possano non considerarlo “uno di loro”, nonostante il suo notevole impegno nella gestione dell’hotel e nelle pubbliche relazioni, così come rifiuta di riconoscere fino in fondo la gravità della situazione del suo paese. Lui è una personificazione di questo tentativo di ignorare le implicazioni più spiacevoli del passato in un senso più generale: cerca di “essere bianco”, in altre parole di adottare i modi di vivere e di comportarsi degli europei, anche nelle più sottili sfumature. È introdotto, infatti, con immagini che lo mostrano intento a spiegare con orgoglio il concetto di “stile” a un suo subordinato: regalare un sigaro “Cohiba” dall’Havana vale molto di più del già caro prezzo del sigaro in sé, poiché serve a fare bella figura di fronte all’occidentale ricco, magari influente o importante, con cui si hanno affari in corso. Il protagonista cerca di tenersi distante dall’Ombra anche nel senso di non occuparsi attivamente di politica, non prendendo mai posizione in modo netto di fronte a nessuno.

Paul non sembra rendersi conto della gravità della situazione, oppure tenta una rimozione volontaria: quando arrestano il suo vicino di casa con brutalità, interrompendo l’apparente tranquillità della vita familiare in stile statunitense, Paul dice alla moglie che non può fare nulla per lui, in quanto cerca tutto il tempo di compiacere persone importanti in ogni sfera in modo da poter chiedere favori, in caso di necessità, per sé e per la loro famiglia. Paul appare ad ogni modo perplesso: sembra iniziare a rendersi conto, addormentandosi dubbioso, che non ha forse molto senso pensare solo in termini egoistici per difendere la sua “famiglia” intesa in un senso strettamente biologico, come spesso avviene in occidente. Probabilmente così facendo ci si rende complici di quei “fanatici” hutu che si pensa non siano così potenti.

Secondo Neumann 4 nel districarsi della coscienza dall’inconscio primigenio o “uroborico” si sono elaborate particolari modalità strutturali esprimenti il continuo confronto tra la polarità cosciente e accettabile della psiche e la polarità inconscia e inaccettabile. L’insieme di queste modalità costituisce l’archetipo dell’Ombra, il quale è attivato ogni volta che, nell’individuo storico, si produce il confronto tra elementi accettabili della psiche e il fondo inaccettabile di pulsioni istintive, aspetti arcaici e indifferenziati, tendenze contrarie al canone culturale storico che abitano nella nostra psiche. A questo proposito, in termini generali, possiamo forse pensare che la scarsa consapevolezza di Paul rispetto alla situazione, sembra essere anche quella più generale delle forze Onu presenti a Kigali. “Amore, pace e fratellanza” è la conferenza che si svolge all’hotel diretto da Paul, e il comandante dell’Onu sostiene che la diplomazia è sul punto di prevalere sull’uso delle armi: un accordo di pace tra hutu e tutsi sta per essere siglato in Tanzania.

2) L’Ombra chiede (violentemente) attenzione.

La situazione precipita per tutti, anche per Paul, con l’uccisione del presidente del Ruanda, apparentemente compiuta dai tutsi. Questo avvenimento serve alle milizie hutu per decretare l’inizio dello sterminio, attraverso la trasmissione di parole in codice (“tagliare gli alberi alti”, in altre parole i tutsi, notoriamente più alti degli hutu) che Paul aveva rifiutato di credere vere, quando il parente tutsi di sua moglie gliene aveva parlato. Ecco che allora Paul vede intervenire gli agenti di polizia come strumenti di sterminio e deve pagare molto denaro per salvare la sua famiglia e i vicini di casa che stanno per essere sommariamente giustiziati nel corso di un’ispezione alla casa di Paul. I cadaveri fuori dalle case, che Paul e famiglia vedono mentre si allontanano in auto dalla loro casa, non lasciano ormai più dubbi.

Ecco che sembra essere rappresentato bene quanto ipotizzato dalla teoria Junghiana: secondo Romano e Trevi 5, infatti, ciò che è rimosso ha maggiori probabilità di continuare ad esistere, come, nel nostro caso, la storia del Ruanda nei suoi aspetti conflittuali più irrisolti. Perdere l’Ombra significa relegare nell’inconscio tutto ciò che è incompatibile con l’insieme dei valori coscienti che l’individuo è andato assumendo nel corso della sua formazione. L’Ombra perduta non è più nostra, essa diventa autonoma e si comporta come un complesso inconscio.

Pensiamo a Paul, ma anche all’Onu o forse all’occidente ex colonialista che privilegia, spesso in modo unilaterale, l’aspetto della formalità o il mito di un progresso ipotizzato senza conflittualità anche per i paesi ex coloniali. Per la legge di compensazione, quanto più intensa è l’identificazione dell’Io con il mondo dei valori collettivi, tanto più il polo opposto, divenuto inconscio, si carica di energia. A questo proposito pensiamo, in termini di scottante attualità, che all’elezione del primo presidente americano di colore è corrisposto un incredibile numero di richieste di iscrizione o di semplice sostegno al movimento del Ku Klux Klan. 6

Si determina allora una divaricazione tra conscio e inconscio, una dissociazione della personalità totale, che dà luogo a una pluralità di fenomeni: innanzitutto l’Ombra dissociata agisce ma non è percepita come tale dall’Io, agisce attraverso l’Io ed è responsabile dei comportamenti impulsivi, che sono in contrasto con i valori proposti dall’Io. Una volta avvenuti tali comportamenti, l’Io si difende nei confronti della dissonanza che essi rappresentano sia mediante un disarmato stupore di fronte a ciò che considera solo una intermittenza nel regolato succedersi degli eventi (l’Ombra è vista come uno slittamento della personalità cosciente), sia ponendo in essere processi di razionalizzazione e infine cercando di rifugiarsi nell’ oblio.

Laddove l’Ombra è molto attiva, essa è paragonabile ad un folletto produttore di equivoci. Infatti, il mancato riconoscimento dell’Ombra da un lato è responsabile di una imperfetta conoscenza di se stessi; dall’altro, l’azione dell’Ombra, cioè il suo trasformarsi in comportamento, provoca una divergenza tra l’immagine che l’individuo ha di se stesso e quella che di lui si forma l’ambiente circostante. Pensiamo a Paul e ai diversi personaggi che incontra: ognuno pensa che l’altro condivida una visione della situazione analoga alla sua. Paul pensa che sia abbastanza normale ricevere e dare aiuto a chiunque, viceversa gli hutu ritengono che sia ovvio sposare la loro causa di “difesa etnica” ad ogni costo.

A proposito dell’aspetto proiettivo, le milizie hutu possono essere viste come un esempio di impossessamento dell’archetipo dell’Ombra. Proiettare l’Ombra significa infatti attribuire ad altri caratteristiche che rifiutiamo in noi: si tratta quindi di un modo per esorcizzare ciò che ci fa paura, ma che allo stesso tempo ci tenta oscuramente, separandolo da noi e incarnandolo, per così dire, in altre persone ( e nei principi di cui facciamo portatori queste persone) permettendoci così di odiare negli altri ciò che non avremmo il coraggio di odiare in noi, in quanto dovremmo allora supporre un’identità tra noi e l’Ombra. In termini collettivi tutto ciò avviene ad esempio nel meccanismo del capro espiatorio e nelle proiezioni del male su intere nazioni e comunità. Più è inconscia, più l’Ombra diventa il nostro burattinaio. Nella proiezione tutto il male sta fuori e massacri come quelli dei pellerossa a fine ‘800 o degli ebrei nella prima metà del’900 vengono compiuti con la certezza che “Dio sta dalla nostra parte”, come racconta sarcasticamente Bob Dylan in una sua canzone così intitolata. Ma la spia che questo “male” proiettato ci appartiene sta nella sua insopportabilità, nella emozionabilità, con cui lo critichiamo negli altri: ciò dipende dalla qualità di specchio che gli altri assumono – senza che noi riusciamo ad accorgercene – nei confronti dei nostri tratti negativi. Questo punto è visibile, ad esempio, anche nel tono perennemente irritato della radio di propaganda o delle forze militari e paramilitari hutu quando parlano dei tutsi. L’individuo proiettivo è un isolato, al quale è inibita la possibilità di un rapporto autentico con gli altri. A lui si applica il ben noto principio della profezia che si auto avvera: nella misura in cui ci sentiamo perseguitati dall’ostilità esterna, e ce ne difendiamo, facilitiamo l’emergenza negli altri di reali sentimenti di ostilità. Così gli hutu finiscono veramente per aumentare la “persecuzione” nei loro confronti grazie allo scatenamento di una guerra civile tra milizie hutu e tutsi, ad esempio.

La rimozione dell’Ombra comporta l’immersione nell’inconscio del polo negativo – il disvalore – che si oppone al mondo dei valori. E’ un tentativo di abolire la tensione tra due istanze psichiche. Il comportamento delle milizie hutu e di tutti coloro che, in quanto hutu, colllaborarono attivamente al genocidio, mostra anche ciò che è definibile come l’identificarsi con l’Ombra, accettando fino in fondo di esserne invasi. Ovvero, i contenuti dell’Ombra diventano il valore: l’atteggiamento luciferino, il disprezzo per le esigenze collettive, la rivendicazione orgogliosa di una incondizionata unicità, l’individualismo estremo sono i segni di questo tentativo di evadere la responsabilità che pone l’esistenza dei contrasti. Questo darsi al male è uno scegliere se stessi nel senso di essere fatti così e nell’essere diventati così. Si ha non la rimozione, ma l’inflazione dell’Ombra, che si realizza come una condizione in cui l’affermazione di sé è dissociata dalla riflessione critica su se stessi. Incapace di sopportare la lacerazione inerente alla condizione umana, bisognoso di conferme ininterrotte, l’individuo sfugge alla dialettica degli opposti: decide che è possibile essere quello che si vuole e volere quello che si è. In questo senso, l’Ombra sembra essere invece un sano correttivo, un limite-risorsa, rispetto alla classica “Ubris” o arroganza-prepotenza in cui rischia di cadere, prima o poi, ogni essere umano.

Andando ancora a considerare le motivazioni storiche, secondo Fusaschi 7 non ci sono dubbi che la violenza sia stata l’elemento costante della storia ruandese, nel senso che rappresenta uno dei fattori principali della costruzione di identità in conflitto come quelle di Hutu e Tutsi; nella nuova situazione, nel 1994 rispetto al 1959, la violenza esplode nelle forme più estreme. Avviene un massacro delle famiglie senza risparmiare nessuno. Il tagliare il corpo, facendolo letteralmente a pezzi, per gettarlo nei fiumi o nelle latrine rappresenta uno dei modelli ricorrenti nel genocidio, come anche quello di torturare prima di uccidere. Perché provocare tanta sofferenza? La spiegazione più plausibile sembrerebbe essere quella secondo cui l’intenzione dell’esecutore è di rendere i tanto temuti nemici inerti, impotenti, dei vegetali. Prima di uccidere l’”Altro” (tutsi) occorre tagliare i legami che costui ha con il mondo, impedirgli di lavorare o di camminare su una terra che non è sua. I Tutsi erano infatti considerati di origine etiope, quindi stranieri, non adatti a vivere con gli Hutu, anche perché fisicamente diversi: sono “troppo alti” e allora occorre accorciarli a colpi di machete.8 Anche se fin dalla rivoluzione sociale del 1959 era stata ribaltata la situazione e il potere Hutu aveva sostituito quello tutsi, gli Hutu sentivano comunque la paura di tornare al periodo in cui il Re e il tamburo dinastico erano i simboli dell’oppressione dei contadino hutu. Essi si sentivano quindi nel pieno diritto di salvaguardare la propria identità anche attraverso la violenza più estrema. L’identità Hutu-Tutsi arriva allora a costituirsi con un capovolgimento del “mito delle origini” diffuso in periodo coloniale: gli esseri superiori non erano più i Tutsi, ma il popolo degli “abbattitori di foreste”, cioè gli Hutu, i quali si definiscono il vero popolo rwandese, coloro che abbattendo la foresta hanno di fatto reso possibile abitare il paese. Allora la loro identità si costituisce in relazione agli “altri”, i Tutsi, ma soprattutto attraverso la loro negazione o annientamento. In questo senso, dal punto di vista dell’identità, si fa di tutto per “negare” l’alterità. Mary Kaldor 9 ha posto il caso del Rwanda tra le “nuove guerre”, cioè un nuovo tipo di violenza organizzata che, diversamente dal passato, ha a che fare con la politica dell’identità, piuttosto che con gli obiettivi ideologici o geopolitici tipici delle epoche precedenti e che si sviluppa in forme più simili alle guerre civili che ai conflitti convenzionali. Per politica dell’identità si intendono quei movimenti che si muovono dall’identità etnica, razziale o religiosa per rivendicare a sé il potere dello Stato. Il caso degli Hutu e Tutsi, fa notare Fusaschi, richiama l’urgenza di comprendere le molteplici implicazioni dei processi di costruzione dell’identità, la quale non è qualcosa di dato in partenza, ma è invece il risultato della sedimentazione di sistemi, azioni, significati, nonché di ruoli e motivazioni, dei diversi attori storici.

Quello che colpisce ulteriormente del genocidio ruandese è il fatto che tutto fosse organizzato con precisione. Al comando ci sono intellettuali e funzionari, esperti di storia e docenti, tutti schierati con le milizie e i contadini. I Tutsi, nel periodo del genocidio, non avevano posti di potere, non ne avevano la possibilità. In questo senso si nota che l’Ombra non è semplice aggressività, ma organizzazione fredda e razionale: l’aspetto di “possessione” si evidenzia anche dal fatto che uccidere appare normale, un “lavoro alternativo” a quello abituale, qualcosa a cui ci si abitua, come mostra la Arendt, nel suo celebre “La banalità del male” a proposito del nazismo, o il regista Bechis, a proposito delle torture sui “desaparecidos” argentini nel secondo ‘900, nel suo noto film “Garage Olimpo”.10

3) Contatto con l’Ombra, limite e risorsa

Paul deve tuttavia prendere ulteriormente atto della drammaticità della situazione. E viene costretto a farlo dal susseguirsi delle circostanze, che determinano anche il crollo del suo mondo personale. Innanzitutto il comandante delle forze Onu confessa, furibondo, che le nuove truppe arrivate sono lì solo per evacuare i bianchi o gli occidentali. Dice a Paul che i ruandesi sono “sterco”, non hanno valore e lui, Paul, che per come si “giostra tutti quanti” potrebbe essere il capo dell’albergo, non lo può fare perché è di pelle nera; anzi, è anche peggio, è un africano. Successivamente, Paul deve dire chiaramente alla moglie che i soldati non fermeranno il massacro, che i rwandesi sono stati abbandonati e resteranno solo trecento soldati Onu in tutto il paese, senza il permesso di sparare. Soprattutto, deve ammettere che lui è uno stupido senza storia né memoria, che si è “bevuto” le teorie della classe e dello stile: ha pensato di essere “uno di loro”, ovvero di far parte a pieno titolo, di un ipotetico “club” occidentale.

Le sequenze del film ci fanno intuire che l’Ombra di Paul è analoga a quella dell’occidente stesso: i giornalisti non possono filmare la scena più straziante, in cui le forze Onu impediscono anche a bambini rwandesi di mettersi in salvo su autobus destinati eslcusivamente a occidentali. Paul fa il ruolo della persona rassegnata e formale che non vuole che si creino problemi: ma smette totalmente i panni del “bravo dirigente” che deve tenere “alto” il livello dell’hotel ad ogni costo e accoglie lui ogni bambino o persona che chiede aiuto. I giornalisti mormorano tra sé “Dio, mi faccio schifo!” esprimendo l’insostenibile sensazione di uno scarto, una “dissonanza cognitiva”, troppo forte tra l’esperienza che stanno vivendo e la questione dei diritti umani, formalmente riconosciuti dalle nazioni, spesso condivisi dall’individuo medio occidentale, ma così difficili da applicare, anche in casi così terribilmente evidenti nella loro gravità. A questo proposito, si può dire con Fusaschi 11 che la comunità internazionale, pur sapendo tutto, scompare dalla scena. Gli (ex) colonialisti dicono che è un “affare loro”, dei ruandesi, e abbandonano il paese. In questo senso anche l’occidentale mette in atto un processo di rimozione dell’Ombra, non accettando che un evento così orribile possa essere stato causato anche da provvedimenti attuati dal colonialismo come, per esempio, le carte di identità con indicazioni in merito alla “razza”, che hanno innegabilmente contribuito moltissimo alla polarizzazione delle etnie Hutu-tutsi. A questo proposito, scrive Jung

“Iniziando con le atrocità e con i macelli tra i popoli cristiani, di cui trabocca la storia d’Europa, l’europeo è anche responsabile di tutto ciò che la fondazione delle colonie ha provocato presso i popoli extraeuropei. Gravi colpe ci opprimono sotto questo aspetto. Ne nasce un quadro generale dell’Ombra umana che non potrebbe essere dipinto a tinte più fosche. Il male che si manifesta nell’uomo e dimora indubbiamente in lui è smisurato; di fronte ad esso, appare quasi come un eufemismo che la chiesa parli di peccato originale, motivato con la trascuranza, relativamente innocente, di Adamo. (…) Supponendo generalmente che l’uomo sia ciò che la sua coscienza crede di essere, si ritiene di essere inoffensivi, aggiungendo così stupidità alla malvagità. Non possiamo negare che sono accadute e accadono tuttora cose terribili; ma sono sempre gli altri che le fanno o le hanno fatte. E quando tali atti appartengono al passato più prossimo o più remoto affondano, rapidamente e benignamente, nel mare della dimenticanza, sì che torna quello stato di trasognatezza che solitamente si designa come “stato normale”. Di fronte a ciò si erge come spaventoso contrasto il fatto che nulla scompare né si ristabilisce definitivamente. Il male, la colpa, la profonda angoscia della coscienza, l’oscuro presentimento stanno dinnanzi a tutti coloro che sono disposti a vederli. Poiché sono stati degli uomini a far questo, io, che sono un uomo, partecipe della natura umana, sono quindi corresponsabile e porto nel mio essere invariate e inamovibili la capacità e l’inclinazione a ripetere cose simili. Anche se da un punto di vista giuridico non eravamo presenti per partecipare ai fatti, tuttavia, in forza del nostro essere umani, siamo criminali in potenza. In realtà ci è solo mancata l’occasione propizia per essere trascinati nella gora infernale. Nessuno sta fuori dalla nera Ombra collettiva dell’umanità. (…) sarà quindi bene avere una “immaginazione del male”, perché solo gli sciocchi possono trascurare a lungo le premesse della propria natura. 12

Analogamente, secondo A. S. Ahmed13 per la loro insensibilità durante l’Olocausto, molti governi hanno adottato la scusa che non erano al corrente di quello che stava succedendo in Germania. Le sanguinose notizie dalla Bosnia o quelle delle violazioni dei diritti civili in Palestina, in Iraq o in India, mostrate dalla televisione o discusse sui giornali hanno scarso impatto sui governi del mondo, i quali sembrano avere sviluppato un’immunità alla compassione. O ancora, l’Occidente non ammette che per lui, come per il fornitore di viveri di Paul, la guerra è anche un business tra i più “sporchi”, ma anche tra i più redditizi; lo stesso fornitore non può trattenere un certo imbarazzo e, una volta scoperto a vendere anche armi, regala a Paul qualche cassa di birra in più o le aranciate per i bambini nell’hotel.

Infine, Tatiana, la moglie tutsi propone a Paul, che è hutu, di fuggire con i figli ed i nipoti e abbandonarla. Paul rifiuta. Ma i due vengono svegliati il giorno seguente da soldati hutu che minacciano di uccidere tutti. Paul riesce ad evitare il massacro e a scacciare i soldati iniziando a “servirsi dell’Ombra”, ovvero telefonando al direttore belga dell’hotel e dicendogli di contattare il governo francese, dato che è da loro che gli hutu prendono le armi. L’operazione riesce, ma il direttore belga conferma che il Ruanda non vale nessun voto e che quindi non ci saranno forze di intervento che verranno a salvarli.

L’integrazione dell’Ombra è l’assunzione delle parti oscure e negative della personalità nell’ambito di una nuova dinamica psichica; è l’utilizzazione dell’Ombra come produzione di energia psichica e consiste appunto nel conferire al “negativo” la dignità di polo di un campo energetico. Solo in tal modo l’energia che prima andava dispersa nell’Ombra non riconosciuta e rifiutata diviene disponibile all’Io. Paul, ad esempio, inizia ad utilizzare tale energia creativamente, nel senso di pensare a soluzioni anche bizzarre, come ad esempio il far credere alla presenza di satelliti spia al comandante dell’esercito hutu, nel momento che accetta la drammaticità della situazione e riconosce come interlocutore principale la milizia ufficiale e parallela hutu. Se l’assunzione dell’Ombra alla dignità di polo di un campo energetico significa valorizzare un elemento individuale, singolo, irripetibile nell’ambito della vita psichica, in questo senso Paul trova un suo modo di essere e affrontare la situazione tenendo conto di fattori, persone, modelli etici differenti e contrapposti tra loro, proprio per salvare stesso e la sua famiglia, riuscendo, in questo modo, a salvare anche molte più persone di quanto si aspettava. Dal punto di vista della problematica morale, l’integrazione dell’Ombra permette quindi la fondazione di un’etica individuale in cui i valori universali vengono perseguiti in quanto rapportati continuamente al singolo, all’elemento individuale irripetibile della personalità. L’ombra è allora la via di accesso ad ogni processo di sviluppo psicologico. 14

Spesso, nei miti, il principio negativo viene concepito come in grado di limitare positivamente il dominio di Dio, fino al punto che questi risulta impotente a creare o finire il mondo senza l’aiuto del diavolo e deve venire ad una divisione dei poteri con l’avversario. Così il mondo viene ripartito in due metà contrapposte. Nasce quindi l’esigenza di recuperare uno stato di non opposizione, rappresentato dal mito del paradiso terrestre e dell’età dell’oro che in forme diverse riemerge nella coscienza individuale e in quella collettiva. In termini di psicologia analitica, si tratta di lasciar regredire la libido oltre i contenuti dell’inconscio personale, sino al gran mare dell’inconscio collettivo, dove tutti gli opposti coesistono, onde trarne quel terzo termine irrazionale che permette il superamento della situazione attuale di conflitto.

Il processo di individuazione passa attraverso le fasi di differenziazione e di integrazione dei contenuti inconsci. L’Io comincia a fare esperienza di ciò che significa “sopportare” con umiltà la propria Ombra e la strada è aperta alla integrazione. Paul deve tollerare con fatica di poter fare poco per sè e per la propria famiglia. La sua posizione sociale e lavorativa è seriamente messa in forse, se non definitivamente distrutta. Non gli resta che provare a venire a patti con l’istintualità più brutale e rimossa, sua e del suo contesto di appartenenza, che ora sembra avere la meglio. Deve sopportare di avere in sé stesso una bipolarità etica che da ora fonda la sua morale personale. Dato che nell’Ombra sono racchiuse le istanze anticonvenzionali, potenzialmente individualizzanti, della psiche, perchè possano liberarsi dalla loro connotazione meramente negativa, è necessario che l’Io cambi atteggiamento nei loro confronti: tale cambiamento consiste nell’accettazione dell’Ombra, con la quale si deve stabilire un dialogo ininterrotto.

La parte finale del film mostra un camion con sopra Paul, la moglie e i figli e tanti altri rifugiati dell’hotel. Lungo la strada si vede l’esodo di persone senza più casa, tantissima gente hutu che vaga in senso contrario, verso il confine opposto alla direzione verso cui va il camion. Ad un certo punto compaiono le milizie hutu ma questa volta la diplomazia viene lasciata da parte: i pochi ufficiali Onu che guidano il convoglio non si fermano,anzi, si preparano a sparare. Ma l’operazione consiste proprio nel fatto che è pronto anche un aiuto armato da parte dei ribelli tutsi che sparano senza pietà sulle milizie hutu. Paul è consapevole di ciò che accade: non racconta nulla alla moglie, ma le dice che andranno in un posto sicuro. E’ consapevole che ora le armi e la violenza faranno la loro parte e che anche lui è complice a tutti gli effetti di ciò che sta accadendo. Non si identifica con l’Ombra, ma la utilizza per mettere in atto la giusta dose di aggressività per difendersi.

L’operazione riesce e Paul e famiglia concludono la loro vicenda – si tratta di una storia vera 15 – con grandi perdite: hanno salva la vita, ma, oltre ad aver perso beni materiali, amici e parenti, hanno visto crollare, quasi del tutto, il mito dell’Occidente civile.

In conclusione, con l’Ombra è indispensabile venire a patti, riconoscendo e integrando gli aspetti molteplici ad essa relativi. Secondo Ahmed 16 le vittime dell’intolleranza etnica in una parte del mondo sono esse stesse aggressori in altre parti – oppure in altri periodi, se pensiamo al caso Hutu-Tutsi – attraverso gli atti di coloro che condividono la loro religione ed etnia. Ogni gruppo appare vulnerabile al virus etnico. La pulizia etnica varia dalla barbarie completa dei campi di sterminio o di stupro alle più subdole, ma altrettanto traumatiche, pressioni culturali, politiche ed economiche esercitate su una minoranza. La pulizia etnica è uno degli ingredienti del lato oscuro della natura umana. Per contenerla e combatterla occorre prima comprenderla. Analizzare la pulizia etnica significa allora confrontarsi con la nostra epoca, la nostra natura e le nostre aspirazioni.

L’Ombra non può essere quindi separata dalla vita: l’Ombra archetipica consiste infatti nella presenza del “male” come eterna possibilità, nella sua pervasività, inesauribilità e infinita riproducibilità. Ciò corrisponde ad un dato strutturale inerente alla bipolarità dei fenomeni psichici. Sul piano pratico si può osservare, che lo scopo principale della psicoterapia, in senso junghiano, non è quello di far raggiungere al paziente una qualche “felicità” quasi o del tutto priva di conflitti in generale; si tratta, piuttosto, di raggiungere uno stadio “filosofico” di sopportazione del dolore, inteso come consapevolezza della propria Ombra come limite permanente, ma anche come preziosa risorsa, come invito a diffidare si sè ogni volta che una posizione scelta appare “assolutamente giusta” e priva di riscontri critici, ad esempio.

Quando si parla di Ombra ontologica si intende proprio la fondamentale insicurezza che l’uomo prova nei confronti del mondo esterno e di quello interiore, il suo essere immerso nell’incertezza e nel dubbio, obbligato a sopportare il contrasto tra tendenze incompatibili, costretto a scegliere senza sapere in anticipo e con sicurezza dove lo porteranno le sue decisioni. L’Ombra in questa accezione, si costituisce con l’emergere stesso della coscienza, che inaugura il tempo e la storia e, riconoscendo l’altro da sé, avvia per così dire il moto dell’energia psichica tra due poli opposti. In quel momento l’uomo acquista insieme il sentimento della propria individualità e quello della sua finitezza e mortalità. Accettare di vivere, cioè di agire, nel mondo confrontandosi con tutto ciò che di imprevisto e di non conoscibile esso racchiude, oppure tentare un magico rifiuto, un esorcismo dell’esistenza sono i due tipi di risposta fondamentali che si possono dare fin dal momento della nascita. Ecco che allora, concludendo con Jung,

“Avvedersi dell’Ombra, genera la modestia, necessaria per riconoscere l’imperfezione. Ma tale riconoscimento cosciente e tale considerazione sono necessari ogni volta che si vogliano instaurare rapporti umani. Questi ultimi non sono mai fondati sulla differenziazione e sulla perfezione, che esaltano le differenze e stimolano i contrasti, ma piuttosto su quanto è imperfetto, debole, bisognoso di aiuto e appoggio, che costituisce la base e il motivo della dipendenza.” 17

Pubblicato nella Rivista di psicologia analitica. Nuova serie (a cura di Barbara Massimilla) “L’anima dei luoghi”. N.28. 2009.

  1. L’Ombra può essere intesa, secondo Romano e Trevi , in modi diversi. Ad esempio, se l’Ombra è una parte della personalità, essa rappresenta quello che nel linguaggio comune viene chiamato il lato “oscuro” della personalità di un individuo: la somma delle tendenze, degli atteggiamenti, dei desideri inaccettabili da parte dell’Io, le funzioni non sviluppate o scarsamente differenziate, i contenuti dell’inconscio personale. In questo senso l’inconscio “personale” di Jung corrisponde, sotto un certo profilo, all’inconscio di Freud, anche se i meccanismi che mantengono o fanno diventare inconscio un contenuto non si riducono per Jung al solo meccanismo della rimozione. Jung parte infatti da una concezione più vasta e policentrica dell’inconscio personale, inteso come sede di innumerevoli concrezioni a tonalità affettiva o “complessi”, dei quali uno avrà un’evoluzione particolare: il complesso dell’Io. La coscienza è infatti pensata come il graduale riferimento di contenuti psichici all’Io. Rimane inconscio o diviene inconscio ogni contenuto psichico che non può stabilire oppure perde il proprio riferimento all’Io. Esso resterà (o sarà) associato ad un altro complesso. Jung rinuncia ad una descrizione topografica dell’apparato psichico e anche l’Ombra rimane senza una collocazione precisa nella struttura psichica. (Trevi, M. Romano, A. Studi sull’Ombra. Bollati Boringhieri 1975)
  2. Von Franz, M. L. (1974) L’ombra e il male nella fiaba. Tr. It. Bollati Boringhieri 1995, pp.11-12
  3. Il Ruanda, come ci racconta l’opera di Fusaschi (Fusaschi, M. Hutu-Tutsi. Alle radici del genocidio rwandese. Bollati Boringhieri, 2000) è un piccolo stato vicino al Congo, presentato come il paese delle mille colline (l’hotel del protagonista Paul si chiama appunto “Mille colline” sembra rappresentare metaforicamente la situazione attuale di tutta la nazione, ovvero uno stato africano a buon punto nel suo processo di occidentalizzazione, ma anche sul punto di esplodere in una guerra civile) e dell’eterna primavera sino agli anni ’90, che diventa tristemente celebre a partire dalla primavera del 1994 quando le televisioni di tutto il mondo trasmettono le immagini di uno dei più cruenti genocidi del XX secolo: due milioni di vittime in circa due mesi. Per approfondire ulteriormente vedi il testo della Fusaschi o Keane, F. (1995) Stagione di sangue. Un Reportage dal Ruanda. Tr. it. Feltrinelli Real Cinema 2005.
  4. Per Nuemann, gli archetipi sono il prodotto storico della millenaria lotta sostenuta dalla coscienza per differenziarsi dall’inconscio primitivo. Nel corso di questo lungo processo si sarebbero formate caratteristiche strutture trascendentali esprimenti non tanto le forme originarie dell’inconscio collettivo, quanto le forme della dialettica tra coscienza ed inconscio, le strutture fondamentali dell’eterno dialogo che caratterizza la natura dell’uomo. Sembrerebbe allora che il significato di archetipo andrebbe spostato da quello di struttura dell’inconscio collettivo tout court a quello,ben più dinamico, di struttura del rapporto dialogico tra coscienza e inconscio collettivo. L’Ombra è allora un’istanza psichica strettamente correlata all’incontro-scontro tra inconscio e coscienza. Neumann, E., (1949) Storia delle origini della coscienza. Tr. It Astrolabio, Roma, 1978
  5. Trevi, M. Romano, A. 1975 op. cit.
  6. Fonte Ansa da Sky TG24 del 20-11-09
  7. Fusaschi, M. (2000) op. cit.
  8. A questo proposito, Il termine “genocidio” nasce nel 1944 per definire la politica razziale del nazismo e viene poi utilizzata dall’ONU. Si intende una serie di atti che inizia con l’omicidio dei membri di un gruppo commessi con l’intenzione di distruggere, interamente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale, religioso in quanto tale. Ancora, si intende una serie di azioni perpetrate coscientemente al fine di distruggere una collettività attraverso l’interdizione alla riproduzione biologica e sociale dei suoi membri e senza riguardo per la resa o per l’assenza di minaccia da parte della vittima.

    Fusaschi (2000) riprende una citazione di V. Nahoum-Grappe secondo cui, in riferimento alla epurazione etnica nella ex-jugoslavia, che presenta forti analogie con quanto emerso dalla descrizione degli avvenimenti del Ruanda, quando un nemico viene definito in base ai suoi legami di filiazione estesa (una razza), il suo sradicamento va al di là della morte della sola persona fisica e presuppone di impedire la crescita, di schiacciare i geni delle generazioni future in quanto questo insieme da eliminare, che è la comunità nemica, esiste nel suo passato come nel suo futuro, poiché è definito nel sangue.

  9. Kaldor, M. (1999) Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale. tr.it Carrocci, Roma.
  10. Arendt, A. (1963) “La banalità del male”, tr. it. Feltrinelli, Milano, 2001 e Bechis, M. “Garage Olimpo”, Argentina/Italia, 1999.
  11. Fusaschi, M. (2000) op. cit.
  12. Jung, C. G. (1957) Presente e futuro. Tr. It. In “Opere” vol 10** Boringhieri, Torino, 1998, pp.148-149)
  13. Ahmaed, S. A. (1995)“Pulizia etnica”: una metafora per la nostra epoca?, Tr. It. In “Ethnic and Racial Studies”, vol. XVIII, 1.
  14. Neumann, E. (1948) Psicologia del profondo e nuova etica, tr. it. Moretti e Vitali, Milano 2005
  15. A questo proposito, è interessante accennare al fatto che, secondo alcune fonti, Paul avrebbe in realtà fatto pagare per il vitto e l’alloggio i profughi nel suo albergo, il quale, contrariamente a quanto narrato dal film, sarebbe stato i considerato luogo protetto dall’ONU, ma anche dalle stesse milizie hutu per poter successivamente scambiare prigionieri con la parte nemica o dimostrare di non aver compiuto nessun genocidio. Questa tesi è tratta da Ndairo, A., Rutazibwa, P. Hotel Rwanda ou le génocide des tutsis vu par Hollywood. Ed. Beaux arts cinéma, photographie histoire afrique noire, Rwanda, 2008
  16. Ahmaed, A. S. (1995) op. cit.
  17. Jung, C. G. (1957) Presente e futuro. Op. cit. p.152.
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