Quasi nessuno ne è esente: ognuno di noi ha piccole e grandi manie che segnano la vita quotidiana. Dall’ossessione per la pulizia al timore del freddo fino alle nuove nevrosi legate alla tecnologia. Il parere dell’esperto. 

di Vannina Patané (Sintesi di intervista al dott. Arrighi pubblicata sulla rivista “Essere e Benessere)

Tanti ne soffrono, magari senza rendersene conto o darci troppo peso. Sono le piccole “manie” emergenti nella vita quotidiana di molti, che a volte possono persino far sorridere il prossimo, ma altre lo irritano. Ci sono quelli fissati con la pulizia, del proprio corpo o dell’ambiente in cui vivono. Gli esempi sono tantissimi e diversi: persone che si lavano le mani di continuo,timorose di essere “contaminate” dai germi nascosti nell’ambiente, oppure fanno la doccia 5o 6 volte al giorno, per essere sempre fresche e immacolate. Che non sopportano di stare a piedi nudi, a contatto con “lo sporco”. O di dormire nei letti d’albergo, su materassi che sono stati usati da altri ospiti prima di loro. Per altri, lo sporco è il nemico da combattere fra le mura domestiche:è il caso delle persone – tipicamente, donne – che puliscono maniacalmente la loro casa, anche quando i pavimenti brillano e non c’è un grammo di polvere in giro, in un vortice senza fine. Diffuse sono anche le “fissazioni” riguardanti l’ordine: c’è chi tiene gli oggetti sulla scrivania o sulle mensole di casa con un certo schema fisso e immutabile, e non sopporta che vengano spostati e posizionati diversamente. Chi apparecchia la tavola con analoga attenzione al dettaglio, collocando piatti, posate e bicchieri con precisione millimetrica. Chi allinea le ciabatte accanto alletto rigorosamente in parallelo, a una certa distanza,oppure piega camicie e biancheria sempre allo stesso modo, al millimetro, meglio di una macchina di confezioni industriali…

La lettura psicologica

La psicologia inquadra questi fenomeni, che nel linguaggio quotidiano chiamiamo fissazioni oppure manie, nell’ambito delle nevrosi ossessive. Si tratta di piccoli rituali che le persone ripetono compulsivamente, talvolta senza consapevolezza:chi si lava le mani ogni cinque minuti lo fa perché le percepisce come non pulite, chi lava il pavimento di continuo lo vede veramente sporco. Ma anche se e quando la consapevolezza sopraggiunge,il rituale è difficile da controllare e impossibile da dismettere, anche nei casi in cui la fissazione è più evidente e immotivata. Comportamenti simili, infatti,possono essere paragonati a una sorta di rito che serve a tranquillizzare, a ridurre l’ansia di chi lo mette in atto. Alla lunga, però, diventano un fenomeno automatico, che non dà alcun sollievo, ma anzi rende la persona prigioniera: il rituale ossessivo,invece di servire a tenere sotto controllo l’ansia,non fa che rinnovarla e aumentarla. Così, si rischia di diventare schiavi delle proprie piccole manie, in un’eterna coazione a ripetere. Quando si arriva a questo punto, scatta il campanello d’allarme.

Qual è il rituale giusto?

Ma come porre rimedio alla situazione? Per psicologi e psicoanalisti, le piccole nevrosi ossessive non sono che sintomi di stati d’animo, paure, nevrosi che si nascondono dentro di noi. E solo decodificando questi sintomi è possibile risalire alla loro causa,e superare il problema. Farlo da soli è difficile, soprattutto nei casi in cui il comportamento “anomalo”è più marcato e ripetuto: proprio per questo, in molti casi è consigliabile affidarsi a un professionista,affrontando un percorso di terapia. «Le piccole nevrosi ossessive sono sintomi, rituali adottati per affrontare una questione che si agita dentro di noi.“Qual è il rituale giusto?” Questa è la domanda che spinge ad adottare un certo schema, che viene poi ripetuto ossessivamente» spiega il dottor Andrea Arrighi, psicoterapeuta e psicoanalista Junghiano. «Ma, tipicamente, con il passare del tempo il rituale non placa l’ansia, non dà risposta al bisogno profondo che ha generato la nevrosi. Un esempio classico è quello di chi continua a pulire un pavimento già immacolato, eternamente insoddisfatto del livello di pulizia raggiunto: la domanda che questa persona si dovrebbe fare è “che cosa” voglio veramente pulire? Di cosa voglio in realtà fare piazza pulita? La pulizia maniacale del mondo esterno,degli ambienti in cui si vive e degli oggetti che lo popolano, quindi, è un sintomo di un’esigenza profonda e nascosta di pulire la propria vita affettiva,di liberarsi da una negatività o una insoddisfazione di cui non si è consapevoli. Pulendo, si oggetti vizza la sensazione d’insoddisfazione, ma non si risolve la situazione». Analogamente, chi si lava di continuo le mani dovrebbe chiedersi di cosa ha paura, da cosa veramente teme di essere “aggredito”, infettato.

Ma che freddo fa

Nei casi meno gravi, il soggetto che pone in essere simili comportamenti è in grado di tenere sotto controllo la nevrosi: l’istinto di pulire ancora una volta, o di correre a lavarsi le mani c’è, ma si riesce ancora a controllarlo. Ma in altri casi, la nevrosi vince: la persona non riesce più a non pulire. Se si arriva a questo punto, un percorso terapeutico d’analisi serve a risalire alle cause del sintomo,consentendo così di gestirlo e di superarlo. Il primo passo è la consapevolezza: per identificare le cause della nevrosi, bisogna scavare nel passato,ricostruire la biografia affettiva della persona: «Non sempre emergono fattori traumatici precisi,perché talvolta all’origine di questi sintomi ci sono situazioni di disagio legate più in generale all’atmosfera generale in cui ha vissuto una persona» chiarisce il dottor Arrighi. Ad esempio, spesso sono passati disagi familiari, anche gravi, le cause remote dell’ossessione che alcune persone hanno per coprirsi troppo: vanno in giro ricoperte di strati di vestiti anche in piena estate e non tolgono mai il piumino dal letto, anche se poi sudano sotto la coperta. Ma il freddo, loro, ce l’hanno dentro, non importa quanto caldo faccia fuori; un freddo che non passa mai, o che rischia sempre di tornare a tradimento:ecco perché hanno sempre un maglione extra a portata di mano. Ma la consapevolezza delle cause è solo un punto di passaggio della terapia:«In base al metodo che applico, per superare il problema è necessario prima riviverlo emotivamente. Serve un lavoro emotivo, “di pancia”, per riuscire poi a lasciarlo alle spalle» precisa Arrighi. Ma il percorso è graduale e l’obiettivo minimo è riuscire, per lo meno, a controllare il problema.

Nevrosi virtuali

La nuova frontiera nelle nevrosi quotidiane è il mondo dei Social Network, con Facebook in testa. Sono sempre di più, infatti, i casi di persone che sviluppano una relazione ossessiva con questi strumenti: la vita “si trasferisce” su Facebook, ogni momento del quotidiano trova eco e riscontro in un post sulla propria bacheca, tutte le relazioni con il mondo esterno passano da lì, dai discorsi agli amici alle vicende sentimentali, dalle piccole e grandi preoccupazioni quotidiane alle prese di posizione sui temi politici e sociali. A mettere la propria vita a nudo – in presa diretta – sui social network sono soprattutto i giovani. E stanno già nascendo nuove forme di nevrosi: «Un problema sempre più diffuso negli adolescenti che usano molto i social network è l’incapacità di distinguere fra reale e virtuale, fra vita vera e vita su Facebook, fra dimensione pubblica e privato. Questi ragazzi sono totalmente “scoperti”,alla mercé delle vicende virtuali. Un esempio? Facebook definisce “amici”i contatti personali degli utenti: così,ci sono adolescenti che vanno in crisi quando qualcuno gli nega o gli revoca questa “amicizia”, anche se si tratta di persone sconosciute» dice Arrighi. Ma il fenomeno non riguarda solo i più giovani: la tendenza a postare ossessivamente sulla propria bacheca di Facebook è diffusa fra utenti di tutte le età e non è raro ormai vedere persone che aggiornano quasi in tempo reale il proprio profilo,con testo e foto, per comunicare alla community dei propri contatti Facebook che “si stanno divertendo un mondo” a un concerto o a una festa, oppure che“stanno ammirando uno splendido tramonto”, magari in dolce compagnia. Così, dimensione pubblica e privata si mescolano, in uno scenario ibrido dai contorni sfumati e indefiniti. La vita va indiretta su Facebook, ma rischia al tempo stesso di diventare evanescente e inafferrabile. Per i “Facebook dipendenti”, un rimedio c’è: bisogna essere capaci, ogni tanto, di staccare la spina, come suggerisce il dottor Arrighi: «Il mio consiglio è quello di sperimentare dei periodi di astensione volontaria da Facebook, per vedere come ci si sente senza, osservando con attenzione i propri comportamenti».

Pubblicato su Essere e benessere

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